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Costa Rica: i limiti dello sviluppo e l’impegno nella salvaguardia del territori

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” Non vorrei sembrare troppo catastrofico, ma dalle informazioni di cui posso disporre  come segretario generale si trae una sola conclusione: i paesi membri dell’ONU hanno a disposizione  a malapena dieci anni per accantonare le proprie dispute  e impegnarsi in un programma globale di arresto alla corsa agli armamenti, di risanamento dell’ambiente, di controllo dell’esplosione demografica, orientando i propri sforzi verso la problematica dello sviluppo

U. Thant, Segretario Generale  Nazioni Unite, 1969

Questa sera ho riletto un vecchio libro. Mi veniva da piangere. “I limiti dello sviluppo“, il rapporto del MIT, il prestigioso Istituto di Tecnologia del Massachusset, sui dilemmi dell’umanità, datato 1972, commissionato dal Club di Roma. L’ho sfilato dalla libreria riconoscendolo nel ricordo tra le mani di mio padre, che instancabilmente si indignava della stupidità dell’essere umano e mi faceva notare che già allora ci trovavamo una ventina d’anni in ritardo sull’ipotetica tabella di marcia della consapevolezza ambientale, economica e distributiva delle ricchezze che avrebbe potuto salvare l’uomo dal baratro del distruggere il mondo che lo ospita. Le risorse morali degli uomini non sarebbero state sufficienti per risolvere il problema dello sfruttamento e della redistribuzione etica delle risorse. Erano gli anni Settanta. Lascio che il ricordo scontorni e con una stretta allo stomaco inizio a leggere.

pesticidi 2Gli scienziati del MIT pensavano fosse giunto il tempo in cui non si potesse più evitare di affrontare la situazione drammatica prodotta dagli effetti del disordinato sviluppo demografico, tecnologico, scientifico ed economico raggiunto dall’umanità. Bisognava iniziare a considerare che il prezzo di ogni prodotto include anche i costi di inquinamento e di esaurimento delle risorse, tenere in considerazione le dimensioni finite della Terra, scegliere gli obiettivi migliori dal punto di vista sociale e preoccuparsi finalmente di raggiungere un equilibrio globale. “Non fare niente equivale a fare qualcosa, e molto grave, per di più: equivale a decidere di aumentare la probabilità della catastrofe, giacché ogni giorno di crescita incontrollata è un giorno di meno che ci separa dalla data in cui avverrà la rottura dei confini naturali”.

Tuttavia al MIT sembrano supporre che l’uomo stia in qualche modo iniziando a percepire che nella società tecnologica ogni passo avanti rende l’essere umano allo stesso tempo più impotente e più forte e che scienza e tecnologia hanno conseguenze “indesiderabili” che costituiscono una minaccia irreversibile per il nostro ambiente naturale. A fronte di un diffuso senso di benessere conseguente all’aumento della produzione e dei consumi, nei paesi più prosperi si diffonde la sensazione che la vita stia “perdendo in qualità” e che sia urgente mettere in discussione le basi del sistema e si osserva come la situazione dei paesi meno sviluppati sia ancora più preoccupante.

L’analisi del MIT partiva dall’osservazione dello sviluppo esponenziale e l’interazione dei cinque elementi principali del sistema mondiale: popolazione, produzione di alimenti, industrializzazione,  sfruttamento delle risorse naturali e inquinamento.

limiti sviluppoDalle risorse non rinnovabili alla disponibilità di alimenti, dai costi ambientali impliciti nello sviluppo di qualsiasi tecnologia, dal livello di saturazione del sistema ecologico, incapace di assorbire senza limiti i rifiuti dell’attività umana, dalle modifiche al clima fino alle energie alternative, ogni argomento inerente il percorso umano sul Pianeta viene considerato, valutato, sviscerato dal rapporto in maniera chiara, precisa e inequivocabile. “Il comportamento delle nazioni consumatrici è destinato ad avere importanti ripercussioni sulla futura disponibilità di materie prime e quindi sulla possibilità di assicurare migliori condizioni e un tenore di vita sufficientemente alto per ciascuno dei sette miliardi di abitanti che la terra avrà nel Duemila. Queste nazioni possono continuare ad aumentare il consumo, possono imparare a recuperare e reimpiegare i materiali già utilizzati, possono mettere a punto nuove tecniche, possono infine modificare i propri indirizzi in campo economico e sociale, scegliendo dei modelli di sviluppo che soddisfino le esigenze dei cittadini rendendo minima, anziché massima, la quantità di beni materiali che ognuno di essi consuma“.

In questi giorni una polemica preoccupante occupa le pagine di giornali della Costa Rica. Questo paese, portato ad esempio nel mondo per l’impegno nella salvaguarda del territorio, impegnato nella protezione dell’ambiente e orgoglioso che un terzo del suo territorio sia destinato a parchi e riserve, detiene un triste primato nella classifica dei consumi di chimici in agricoltura.

inquinamento mareI dati svelano la contraddizione tra l’immagine di un paese impegnato nella protezione dell’ambiente e la reale mancanza di controllo nell’uso indiscriminato di concimi chimici da parte, soprattutto, delle grandi compagnie multinazionali che coltivano la frutta. Ananas e banane di Dole, Del Monte e Ciquita detengono il triste primato, ma i veleni vengono utilizzati anche nelle coltivazioni di frutta e verdura, soprattutto meloni, pomodori e fragole. I dati dell’Istituto di Studi delle Sostanze Chimiche dell’Università Nazionale rivela che in Costa Rica si consumano 18,5 kg di chimici all’anno per ettaro di coltivazione, detenendo il triste primo posto davanti alla Cina (17 kg per ettaro) e si presenta a larga distanza da paesi come gli Stati Uniti, dove se utilizzano circa 2,5 kg per ettaro. Questo non fa comunque onore agli Stati Uniti, che sono i primi produttori di queste stesse sostanze che vengono proibite sul loro territorio perché tossiche e cancerogene e vendute nei paesi centro e sud americani per aumentare i livelli di produzione.

Alle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura sono associate una serie di problemi di salute rilevati nei lavoratori, come insorgenza di tumori, sterilità, deformazione nei feti, allergie e intossicazioni acute, molte delle quali conseguenza della concimazione chimica della terra e delle falde acquifere.

Le conclusioni dello studio del MIT  indicavano che l’Umanità non avrebbe potuto proseguire nella direzione intrapresa di crescita produttiva e demografica a ritmo accelerato e continuare a considerare lo sviluppo materiale come scopo principale della propria evoluzione. L’Umanità avrebbe dovuto scegliere di imboccare  nuove strade che consentissero di padroneggiare il futuro, o di accettare le conseguenze inevitabilmente crudeli di uno sviluppo incontrollato. Era il 1972.

La sensazione che si prova oggi, con vergogna e rabbia, è che lo stato dell’equilibrio globale sia rimasto drammaticamente instabile e il processo di esaurimento delle risorse della terra proceda allegramente. La nave affonda e l’orchestra continua a suonare. Il piccolo sistema integrato chiamato mondo, dove l’uomo, la tecnologia, la società e la natura si condizionano reciprocamente in rapporti sempre più stretti e vincolanti va avanti alla deriva in un delirio di crisi economiche, culturali, sociali, psicologiche, morali ed ecologiche che oramai costituiscono la malattia endemica del nostro Pianeta.

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