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I professionisti del sociale. Una riflessione sulla “Svizzera dell’ America Latina”

Inserito da on 13/09/2013 – 01:52
cooperazione

Anna Venturini ci propone una riflessione su quel che avviene da centinaia di anni nel sud del mondo. Anche l’America Latina, come l’Africa, e’ stata vittima delle scelte politiche ed economiche dei paesi ricchi, che si sono appunto arricchiti a spese delle aree più deboli

……

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi”

Giuseppe Tomasi di Lampedusa 

L’America Latina è piena di problemi e satura di personaggi ipocritamente intenti a risolverli: i professionisti del sociale. Quelli che appartengono alle più assurde associazioni e organismi di cooperazione internazionaei, i paladini del mondo, decisi a  cambiare le sorti di popoli e continenti inspiegabilmente sopravvissuti a millenni di storia senza il loro intervento.

L’America Latina è piena di carcasse, e satura di avvoltoi.

Le intenzioni sono quasi sempre buone: lodevoli progetti varati in accoglienti sale riunioni di ricche società europee dove l’ordine del giorno è produrre rimedi per ridurre la distanza tra il benessere delle popolazioni ricche del nord e l’indigenza di quelle povere del sud del pianeta. L’idea di esportare il modello europeo di crescita dei mercati, con i suoi presupposti di apertura, liberalizzazione e privatizzazione, si scontra con realtà socioeconomiche profondamente diverse da quelle occidentali e trova l’opposizione teorica dei pochi sobri che osino contestarne la funzionalità.

Sierra Exif JPEGSebbene appaia ormai evidente come la strategia del libero mercato non abbia condotto l’occidente al benessere collettivo, persiste l’ipocrisia di cercare nel sud le soluzioni. L’incapacità dimostrata dai paesi del nord nell’amministrare i beni globali, di produrre stabilità economica e di sostenere cultura e sviluppo è ormai palese. Il fallimento è evidente, e evidentemente negato. Le scelte economiche e politiche, sempre strettamente correlate, dimostrano quotidianamente come lo stile di vita dei paesi del nord, incentrato sulla ricchezza e il consumo spinto all’estremo dello spreco, abbia radici antiche nello sfruttamento del sud, millenari e attualissimi interessi a mantenere l’altrove arretrato e in perenne via di sviluppo.

Le categorie stabilite nel nord si riducono a una serie di diversità storiche e culturali che non vengono mai analizzate in quanto tali ma sempre “in relazione a…”, e l’immaginario collettivo del nord del pianeta si nutre dell’idea di un sud arretrato e incivile, rispetto a un nord industrializzato e ricco. I nostri parametri di qualità della vita vengono illogicamente applicati a regioni completamente decontestualizzate: il nord del mondo ha raggiunto un’abilità ineguagliata nella storia dei rapporti internazionali, un livello di ipocrisia collettiva mai raggiunto, neanche ai tempi del più bieco imperialismo. Il sud del mondo è povero e arretrato: instabilità politica, problemi etnici, carenze mediche, tutto un panorama di angoscianti verità che offuscano la mente e impediscono di vedere gli abusi che lo stesso nord, così teatralmente sconvolto, perpetra ai danni dei paesi dell’Africa, dell’Asia, dell’America Latina.

Le materie prime fondamentali alla stabilità economica del nord vengono sottratte al sud del mondo con magistrali impieghi di armi e sedicenti forze di pace. Le aree che necessitano l’intervento occidentale sono guarda caso sempre quelle dei paesi ricchi di petrolio. Le guerre civili si protraggono furiosamente sempre in paesi dove abbondano materie prime indispensabili al nord, che spalanca gli occhi meravigliandosi di tante crudeltà, senza chiedersi chi mai fornisca le armi a quei popoli che si massacrano tra loro e che lui stesso descrive come poveri, indolenti e arretrati.

maschereLe guerre etniche forse non si combatterebbero con lance e pietre, e avrebbero magari più breve durata, se non fossimo noi ad armare le loro mani, se le nostre industrie belliche non avessero tutto l’interesse a un commercio internazionale che sappiamo essere il motore dell’economia globale? Guardare il sud del mondo attraverso una lente deformata che ci fornisca immagini funzionali ai nostri interessi solleva le nostre coscienze, ma l’unica vera globalizzazione che siamo riusciti a raggiungere è quella della violenza.

Questa ipocrisia di fondo era estranea persino alla vecchia politica dell’imperialismo, che, se non altro, dichiarava apertamente i propri obiettivi. Al mito del buon selvaggio da educare alla civiltà abbiamo sostituito il più funzionale extracomunitario da aiutare “a casa propria”, anche quando al panorama esotico si è sostituito quello del villaggio vacanze. Ed è questo lo spazio di certe nuove concezioni di aiuti internazionali: è il nuovo colonialismo. Dove non c’è petrolio ci sono almeno spiagge bianche e palme cui appendere un’amaca. E una scusa qualsiasi che giustifichi l’urgenza di un ingente impegno economico: le migliori degli ultimi tempi hanno sempre a che fare con l’ambiente, lo sviluppo e la sostenibilità.

L’ecosistema è diventato l’obiettivo primo di molteplici associazioni dedite ad accaparrarsi contributi europei e il progetto di sviluppo sostenibile si perde nei meandri della burocrazia, si impasta nella politica, inciampa nelle amicizie e sprofonda in una catena interminabile di do-ut-des, prigioniero di una catena al termine della quale lo stesso obiettivo perde significato, si fa pretesto di un meccanismo di mercato tutto occidentale.

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