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Le multinazionali ? Anche in Costa Rica bisogna scegliere per vivere in maniera più etica

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Ecco quello che penso delle multinazionali e del perché dobbiamo boicottarle. Sappiamo che portano sulle nostre tavole e nelle nostre vite prodotti privi di senso etico, sociale e ambientale. Il nostro no segnerà la loro fine o il loro cambiamento.

Molti pensano che vivere in Costa Rica corrisponda a vivere in maniera etica nei confronti dell’ambiente, ad accedere a prodotti sani e alimenti biologici e magari a non venire a contatto con veleni, inquinamento e prodotti chimici. La realtà è un po’ meno rosea, e come sempre tutto dipende da noi.

Qui Chiquita, Dole e Del Monte producono la maggior parte delle banane e degli ananas che arrivano sulle tavole degli italiani. I lavoratori delle piantagioni sono impiegati in lavori durissimi, sottopagati e soprattutto sottoposti ad agenti chimici inquinanti che provocano danni gravissimi alla loro salute.

Al tempo stesso, non mancano nella capitale Mc Donald e Burger King e sugli scaffali dei supermercati e dei grandi centri commerciali si trova ogni prodotto importato da ogni parte del mondo.

multinazionali 1Occorre essere chiari: perché una piccola parte dell’umanità, circa il venti per cento, possa vivere circondata da cose inutili e sovralimentata, la stragrande maggioranza degli esseri umani sopravvivono in condizioni che neanche proviamo ad immaginare. Continuare ad accettare come parte della nostra esistenza tutta una serie di prodotti, abitudini e  comportamenti che sappiamo non essere etici e sappiamo avere costi altissimi in termini sociali e di ambiente ci rende partecipi e colpevoli di una situazione ormai insostenibile. Le circostanze vengono cambiate solo dai comportamenti del singolo. Pensare che un prodotto non acquistato da me verrà comunque acquistato da un altro è un’ipocrisia idiota e controproducente.

Bisogna informarsi, pensare e agire di conseguenza.

Qui troverete una lista delle multinazionali che dobbiamo boicottare perché portano sulle nostre tavole e nelle nostre vite prodotti privi di senso etico, sociale e ambientale. Il nostro no segnerà la loro fine o il loro cambiamento.

McDonald’s

I dipendenti sono sottopagati. Gli animali che forniscono la carne degli hamburger sono costretti a continue gravidanze e vengono imbottiti di antibiotici e farmaci. L’intera “politica pubblicitaria” della multinazionale mira a coinvolgere e convincere i bambini (con regali, promozioni e gadgets). E, ovviamente, quando il bambino rompe i coglioni perché vuole andare da McDonald’s, ci va tutta la famiglia. Tre piccioni con un cheesburger.

La campagna contro questa multinazionale dura ormai da più di una ventina d’anni. La McDonald’s è finita più volte sotto processo. Ha pagato diversi milioni di dollari di risarcimento danni ai consumatori. Negli ultimi sei mesi il fatturato è sceso del 13% e molti McDonald stanno chiudendo.

multinazionali 3Nestlé

La campagna di boicottaggio della Nestlé è nata soprattutto per contrastare la vendita del latte in polvere. La Nestlè copre la quasi totalità del mercato mondiale di questo prodotto ed ha provocato la morte di centinaia di bambini nei paesi sottosviluppati, vendendo ai governi un latte in polvere poi diluito in acqua inquinata, giustificandosi con un indegno “non sapevamo”. La Nestlè incoraggia e pubblicizza l’alimentazione dal biberon fornendo informazioni distorte sulla bontà  dell’allattamento artificiale e dando campioni gratuiti di latte agli ospedali, in particolare negli ospedali del Terzo mondo. Nestlè è considerata una delle multinazionali più potenti e più pericolose del mondo. E’ criticata per frodi e illeciti finanziari, abusi di potere, intrallazzi politici, appoggio e sostegno di regimi dittatoriali.

Ultimamente è stata presa di mira per l’utilizzo di organismi geneticamente modificati nella pasta (Buitoni), nei latticini, nei dolci industriali e nelle merendine per i bambini. Intere aree di foresta vengono distrutte per far posto alle sue piantagioni di cacao e di caffè, dove si utilizzano pesticidi pericolosi, alcuni dei quali proibiti nei paesi industrializzati, quegli stessi paesi che poi acquistano e consumano il prodotto finito. Una delle campagne più importanti condotte contro Nestle è quella per proteggere le sorgenti, sulle quali sta acquistando progressivamente i diritti, diventando un pericoloso monopolio per un bene comune.

Ecco l’impressionante lista dei marchi di proprietà Nestlè:

Acque minerali e Bevande: Claudia, Giara, Giulia, Levissima, Limpia, Lora Recoaro, Panna, Pejo, Perrier, Pra Castello, San Bernardo, San Pellegrino, Sandalia, Tione, Ulmeta, Vera, Acqua Brillante Recoaro, Batik, Beltè, Chinò, Gingerino Recoaro, Mirage, Nestea, One-o-one, San Pellegrino, Sanbitter.

Dolci, gelati, merendine: Le ore liete, Cheerios, Chocapic, Fibre 1, Fitness, Kix, Nesquik, Trio, Kit Kat, Lion, Motta, Alemagna, Baci, Cioccoblocco, Galak, Perugina, Smarties, Antica Gelateria del Corso

Cacao, caffè e derivati: Cacao Perugina, Nescafè, Malto Kneipp, Orzoro.

Carne e pesce: Vismara, Mare fresco, Surgela

Frutta e Verdure (anche sottolio e sottaceto): Condipasta, Condiriso, Berni, la Valle degli Orti

Latticini e yogurt: Formaggi Mio, Fruit joy, Fruttolo, Lc1.

Olio e derivati: Sasso, Sassonaise, Maggi,

Latte in polvere: Guigoz, Mio, Nidina, Nestum.

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Philip Morris

E’ la maggior industria del tabacco del mondo, ma produce anche alimentari, avendo il controllo di marchi come Kraft e Invernizzi. In America è famosa per essere una delle maggiori finanziatrici di politici che intraprendono battaglie per l’abolizione dei limiti e divieti di fumo. Fino al 1998 finanziava gli scienziati perché effettuassero studi da cui risultava che il fumo passivo non era nocivo. Solo nel 1999 ha ammesso che il fumo fa male. Nel 1997 ha accettato, insieme ad altre multinazionale del tabacco di pagare 206 milioni di dollari (in 25 anni) per risarcire lo stato delle spese sostenute per curare i malati “di fumo”.

La Kraft è stata segnalata perché usa organismi geneticamente modificati nei suoi prodotti.

La Philip Morris controlla il marchio Kraft, Fattorie Osella, Mozary, Invernizzi, Invernizzina, Jocca, Linderberg, Lunchables, Maman Louise, Jacobs caffè e Hag, Simmenthal, Spuntì, Lila Pause, Milka Tender, Terry’s, Caramba, Faemino, Splendid, Cote d’Or, Baika, Dover, Gim, Philadelphia, Sottilette, Susanna, Leggereste, Mato-Mato.

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Unilever

Altro colosso della chimica poi allargatosi al settore alimentare. Molte associazioni animaliste come Animal Aid hanno lanciato una campagna contro la Unilever per lo sfruttamento degli animali durante gli esperimenti. E’ boicottata anche per i salari e le condizioni di lavoro nelle sue piantagioni in India (dove possiede il 98% del mercato del tè).

La Unilever controlla i marchi: Lipton Ice Tea, Coccolino, Bio presto, Omo, Surf, Svelto,Cif, Lysoform, Vim, Algida, Carte d’Or, Eldorado, Magnum, Solero, Sorbetteria di Ranieri, Findus, Genepesca, Igloo, Mikana, Vive la vie, Calvè, Mayò, Top-down, Foglia d’oro, Gradina, Maya, Rama, Bertolli, Dante, Rocca dell’uliveto, San Giorgio, Friol, Axe, Clear, Denim, Dimension, Durban’s, Mentadent, Pepsodent, Rexona.

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Chiquita

La regina delle multinazionali delle banane è coinvolta un po’ in tutto quel che riguarda mercato e potere. Intrighi internazionali, scioperi repressi nel sangue, corruzione, scandali e colpi di stato. Utilizza massicce quantità di pesticidi, erbicidi e insetticidi. Approfitta della sua posizione di potere per imporre prezzi molto bassi delle aziende agricole da cui si rifornisce. Nel 1994 il sindacato SITRAP ha denunciato l’esistenza di squadre armate all’interno delle piantagioni in Guatemala, Nicaragua e in Ecuador. I lavoratori sono sottopagati, senza alcuna assistenza medica. Le attività sindacali sono represse talvolta con la forza.

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Procter & Gamble

Dai detersivi alle patatine. Questa multinazionale statunitense ufficialmente è boicottata dalle associazioni animaliste perché testa i suoi prodotti sugli animali. Ultimamente però la  Procter & Gamble è tornata alla ribalta con le patatine Pringles, che contengono organismi geneticamente modificati. Per quanto riguarda l’ambiente, nonostante le politiche di riduzione degli imballaggi e dei componenti inquinanti, l’azienda rimane una delle maggiori fonti di rifiuti del mondo: i pannolini. E’ nota anche per appoggiare associazioni “ambientaliste” che difendono le politiche delle aziende e delle grandi industrie. Nel 1997 aveva messo a punto un prodotto di sintesi, battezzato Olestra, da utilizzarsi come sostituto dell’olio. Dopo lunghe pressioni sulla Food and Drug Administrator il prodotto era stato autorizzato all’impiego. E’ stato accertato che provoca diarrea e impedisce l’assorbimento di vitamine liposubili.

La P&G controlla i marchi: Intervallo, Lines, Tampax, Bounty (carta assorbente), Tempo, Senz’acqua Lines, Dignity, Linidor, Pampers, Lenor, Ariel, Bolt, Dash, Tide, Nelsen, Ace, Ace Gentile, Baleno, Febreze, Mastro Lindo, Mister Verde, Spic&Span, Tuono, Viakal, Pringles, Infasil, Heald&Shoulders, Keramine H, Oil of Olaz, AZ, Topexan, Infasil, Dove, Panni Swiffer.

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Novartis

Leader, insieme alla Monsanto, nel settore delle biotecnologie. Specializzata nella produzione di mais geneticamente modificato. Distribuisce con i marchi: Isostad, Vigoplus (bevande dietetiche), Novo Sal, Ovomaltine, Cereal, Piz Buin (crema protettiva).

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 Monsanto

La più combattuta nel mondo. Metà del suo fatturato annuale proviene dalla produzione di erbicidi, di ormoni di sintesi e di sementi geneticamente modificate. Il resto proviene dalle attività farmaceutiche.

E’ uno dei maggiori produttori del mondo di pesticidi e controlla il mercato mondiale: è la maggiore azienda del mondo nella produzione di sementi geneticamente modificate, capaci di resistere agli erbicidi prodotti dalla stessa Monsanto. Produce e controlla la quasi totalità delle sementi della terra, provocando un folle monopolio nel settore della produzione agricola. Firma accordi con i governi di tutto il mondo. I governi poi, impongono ai contadini di utilizzare esclusivamente le sementi Monsanto, che sono ibridi e la stagione successiva devono essere nuovamente acquistati, perché la riproduzione da seme viene inibita.

Già vent’anni fa, negli Stati Uniti, Monsanto aveva pagato una multa di 50mila dollari per pubblicità ingannevole. Aveva definito l’erbicida Roundup un prodotto “biodegradabile ed ecologico”.

Ancora nel 1997, in occasione della conferenza sul clima di Kyoto, la multinazionale ha fatto pressioni affinché la conferenza non inserisse gli HFC (idro fluoro carburi, sostanze pericolose perché contribuiscono in misura notevole all’effetto serra) fra i gas da ridurre.

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Coca Cola

Recentemente alcune associazioni di difesa dei lavoratori colombiani hanno deciso di intentare una causa contro la Coca cola per l’omicidio di alcuni sindacalisti. Secondo i portavoce delle associazioni la multinazionale usa vere e proprie squadre della morte per “minacciare” i dirigenti sindacali che intraprendono battaglie per i diritti dei lavoratori.

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Pepsi cola

Al centro della campagna contro la Pepsi il fatto che la multinazionale appoggia e sostiene paesi con regimi dittatoriali (Birmania, Messico, Filippine). La PepsiCo utilizza inoltre test su animali nei suoi studi ed esperimenti.

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 Shell

A parte l’aspetto ambientale, dei disastri ecologici più o meno gravi, la Shell è salita alla ribalta internazionale per la famigerata storia della popolazione Ogoni in Nigeria. Dai primi anni Novanta le manifestazioni di protesta degli Ogoni, che hanno visto invadere i loro territori e saccheggiare le loro risorse dalla multinazionale, vengono barbaramente represse nel sangue.

Nel gennaio 1993 la repressione fu violentissima: 27 villaggi completamente distrutti, 2mila morti.

La multinazionale nega ogni coinvolgimento in queste repressioni violente ma la verità è stata portata alla luce da centinaia di servizi giornalistici e testimonianze dirette. Il denaro della multinazionale e l’ipocrisia del mondo occidentale continuano a far mantenere il silenzio sulle vicende della Nigeria.

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Walt Disney

Ad Haiti possiede una delle maggiori industrie del mondo di abbigliamento. Migliaia di lavoratori poco più che quindicenni, pagati 450 lire all’ora. Lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno. Il rumore all’interno degli stabilimenti è assordante, non si può andare in bagno più di due volte al giorno e la pausa pranzo dura 10 minuti. Si calcola che per guadagnare la cifra che l’amministratore delegato della Disney guadagna in un ora, un’operaia haitiana dovrebbe lavorare 101 anni, per 10 ore tutti i giorni!

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Industrie farmaceutiche

La Big Parma, termine con cui si indica in generale la grande industria farmaceutica, è capace di manipolare i governi, le università, i centri di ricerca e gli scienziati di tutto il mondo. Le  multinazionali farmaceutiche sono boicottate perché sfruttano gli animali negli esperimenti. Fra i nomi importanti: Bayer, Henkel, Johnson & Johnson, L’Oreal, Colgate-Palmolive, Reckitt Banck e Johnson Wax.

Nel caso della Bayer non dimentichiamo il recente caso Lipobay: il farmaco contro il colesterolo ritirato dal commercio dopo aver provocato la morte di 52 persone in tutto il mondo. La Glaxo ha pagato una “multa” di tre milioni di dollari per aver immesso sul mercato antidepressivi pericolosi, che possono indurre al suicidio.

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Benetton

In Patagonia tutte le terre di Rio Negro sono di proprietà Benetton. Le molte popolazioni tribali che le abitavano sono state segregate in piccole strisce di terra e vengono utilizzati come manodopera. Sotto pagati (200 dollari al mese), ritmi di lavoro estenuanti (10-12 ore), nessuna assistenza medica, nessuna possibilità di riunirsi in sindacati. In estate, alle popolazioni locali è vietato attingere dai fiumi (in alcuni tratti per impedire l’accesso utilizzano il filo spinato e la corrente elettrica), per molti unica risorsa di vita.

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Le campagne di boicottaggio servono.

Per esempio, nell’aprile del 1998 la multinazionale NIKE si arrese. L’annuncio venne dato dal gran capo in persona, Phil Knight, fondatore, primo azionista e amministratore delegato del gruppo. A condizione che la campagna di boicottaggio finisse, Nike accettò di alzare da 14 a 18 anni l’età minima dei lavoratori nelle fabbriche di calzature e di portare a 16 l’eta minima di tutti gli altri lavoratori impiegati nella produzione di abbigliamento, accessori e attrezzature. In 12 fabbriche indonesiane venne accettato un aumento del 37% della retribuzione di tutti i lavoratori che percepivano il salario minimo (28 mila persone). L’azienda si impegnò a bonificare tutte le sue fabbriche e a rispettare i livelli di sicurezza imposti dalla legge.

In tutti gli stabilimenti asiatici il gruppo, che ha il quartier generale a Beaverton, nell’Oregon, ampliò i programmi di istruzione, offrendo ai dipendenti corsi per ottenere un diploma equivalente a quello delle scuole medie e superiori.

Dopo la conferenza stampa che si è tenuta a Washington, in cui la Nike annunciava la resa, le sue azioni in borsa salirono di due dollari.

Sempre nel 1998 anche la Reebok ammise, facendo un’indagine interna, che nelle sue fabbriche in Indonesia gli operai lavorano in condizioni di pericolo, a volte per più di dodici ore al giorno con stipendi irrisori.

L’autodenuncia fu un passo importante e da quel giorno le cose sono molto migliorate. I dipendenti hanno libertà di organizzazione sindacale, gli stipendi sono stati adeguati ai minimi di legge e i limiti di sicurezza vengono rispettati. Rimane però da chiedersi cosa succeda in Cina, dove molte multinazionali hanno la maggior parte della loro produzione e dove le indagine interne non arrivano…

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